ENDLESS ENDING PROCESS

in progress




di Salvatore Insana, Elisa Turco Liveri
azione scenica e scrittura coreografica Serena Malacco, Elisa Turco Liveri
drammaturgia visiva Salvatore Insana
musica e sound design Giulia Vismara
costumi Sofia Colli
produzione Dehors/Audela
in collaborazione con Anghiari Dance Hub e Florian Metateatro
menzione speciale nell'ambito del progetto residenze coreografiche Lavanderie a Vapore
con il sostegno in residenza di VersiliaDanza, Spam/Aldes, Claps/Spazio Danzarte
ringraziamo Roberto Castello, Alessia Guerrini, Enrico Pitozzi

ENDLESS ENDING PROCESS è un'indagine su uno stato, una condizione che coinvolge tanto il corpo quanto la mente. Un corpo o un materiale sottoposto a carichi variabili nel tempo, in maniera regolare o casuale, si danneggia inesorabilmente, in un “processo infinito della fine”. Partendo da una riflessione sulla fatica, intesa come un'intensità che la società non riconosce, mettiamo in moto un processo verso uno stato di appassionata inattività. Ogni forma è lenta, ogni forma è una deviazione. Il corpo, inserito in un habitat visivo complesso, ripete sempre lo stesso percorso fino ad esaurirne le possibilità, sviluppando gradualmente un proprio lessico di movimenti nell'ambito di un vocabolario specifico: sospensione/caduta, gravità/appoggio. Un approccio figurativo, che non ricerca la spettacolarizzazione dello sfinimento “reale”, ma si affida ad un senso pittorico nella ricerca di una forma che tende verso il basso, il poco, il lento. Corpo, suono, luce e video mettono in atto una stratificazione dei linguaggi che rifugge dalla semplificazione, dalla tinta unita, dalle superfici lisce ed omogenee. Sullo sgretolamento, la crepa e la rottura, verso la pausa. Quando cede la macchina scenica? Quando si rompe lo spettacolo?


Endless Ending Process is an investigation into a state, a condition that involves both the body and the mind, both the body and intimacy of the individual: fatigue, intensity that society does not recognize. We found in a painting by Watteau, Gilles, the emblematic figure able to guard in a posture, in a chill, in an expression, the symptoms and consequences of that unbearable condition. A synthesis of suspension and gravity, tension and break, support and fall, the stages of a passionate inactivity. Fatigue to repeat itself equally. Fatigue of not repeating. Fatigue to take position, space or conversation. A diagonal crossed repeatedly, in a dynamism that progressively increases the speed and the inconvenience of the body in repetition, to the break, that of fatigue, mechanical phenomenon, extendable also to living bodies, whereby a body/material subjected to variable loads over time, in a regular or casual manner, is inexorably damaged, in an "infinite process of the end". Never tired enough to stop us, never quite resolved to declare us exhausted, we live and perceive this fatigue process daily. We wondered how to give dignity to this condition that is denied by a hyper-productive, hypercinetic, and performant present. This work is one of the possible answers to this question, working for allegories and metaphors, subjecting our languages to fatigue. Until what point? When does my language break? When does the scenic machine drop? When does the show break? And again, can you handle fatigue without getting tired?

NOTE DI REGIA


Abbiamo scovato in un quadro di Watteau, Gilles, la figura emblematica in grado di custodire in una postura, in un'andatura raggelata, in un'espressione, i sintomi e le conseguenze di quella condizione inafferrabile. Una sintesi di sospensione e gravità, di tensione e rottura, di appoggio e caduta, le tappe di un processo di appassionata inattività.
Fatica del ripetersi sempre uguali. Fatica del non ripetersi. Fatica del prendere posizione, nello spazio o nella conversazione. Una diagonale attraversata ripetutamente, in una dinamica che progressivamente aumenta la velocità e la scomodità del corpo nella ripetizione, fino alla rottura, quella del cedimento a fatica, fenomeno meccanico, estendibile anche ai corpi viventi, per cui un corpo/materiale sottoposto a carichi variabili nel tempo, in maniera regolare o casuale, si danneggia inesorabilmente, in un “processo infinito della fine”.
Mai abbastanza stanchi per fermarci, mai abbastanza risoluti da dichiararci esausti, viviamo e percepiamo giornalmente questo processo di affaticamento. Ci siamo chiesti come dare dignità a questo stato negato da un presente iperproduttivo, ipercinetico e performante. Questo lavoro è una delle possibili risposte a questa domanda, lavorando per allegorie e metafore, sottoponendo i nostri linguaggi a fatica. Fino a che punto? Quando il mio linguaggio si rompe? Quando la macchina scenica cede? Quando lo spettacolo si rompe?
E ancora, è possibile occuparsi della fatica senza stancarsi?